nella percezione del vuoto che nel primo caso sta intorno a noi, nel secondo è dentro di noi.
Vola la fantasia,
come ali di farfalle
leggiadre,
leggera volteggia,
vibra al suono delle emozioni,
che trasforma i silenzi
in romantiche melodie.
Piccola piccola diventa la vita,
rapita da questo incanto,
e, lasciandosi coinvolgere,
si nasconde, si confonde
tra le corolle variopinte,
allegramente si colora
e con grazia danza,
dondolata dolcemente
dalla brezza dell'amore.
Genocidi
Lo senti il flagello?
Le carni si rivoltano come fossero stoffe da cucire,
mentre il sangue gorgoglia come fontana di piazza.
Le grida s'intensificano come fossero fuoco che divampa.
Il vento si alza.
Lo senti il flagello?
Sono gente che corrono come fossero onde nel mare,
sono braccia che si stringono come fossero radici che s'intersecano,
sono occhi che si guardano come fossero vulcani.
Sono polvere.
Lo senti il flagello?
Sono passi che si lasciano.
Sono orme che rimangono.
Antonio Belsito
Dinanzi alle terme di Caracalla
Corron tra 'l Celio fosche e l'Aventino
le nubi: il vento dal pian tristo move
umido: in fondo stanno i monti albani
bianchi di nevi.
A le cineree trecce alzato il velo
verde, nel libro una britanna cerca
queste minacce di romane mura
al cielo e al tempo.
Continui, densi, neri, crocidanti
versansi i corvi come fluttuando
contro i due muri ch'a più ardua sfida
levansi enormi.
"Vecchi giganti" par che insista irato
l'augure stormo "a che tentate il cielo? "
Grave per l'aure vien da Laterano
suon di campane.
Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,
grave fischiando tra la folta barba,
passa e non guarda. Febbre, io qui t'invoco,
nume presente.
Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti
e de le madri le protese braccia
te deprecanti, o dea, da 'l reclinato
capo de i figli:
se ti fu cara su 'l Palazio eccelso
l'ara vetusta (ancor lambiva il Tebro
l'evandrio colle, e veleggiando a sera
tra 'l Campidoglio
e l'Aventino il reduce quirite
guardava in alto la città quadrata
dal sole arrisa, e mormorava un lento
saturnio carme);
Febbre, m'ascolta. Gli uomini novelli
quinci respingi e lor picciole cose:
religïoso è questo orror: la dea
Roma qui dorme.
Poggiata il capo al Palatino augusto,
tra 'l Celio aperte e l'Aventin le braccia,
per la Capena i forti omeri stende
a l'Appia via.
Giosuè Carducci
Vola la fantasia,
come ali di farfalle
leggiadre,
leggera volteggia,
vibra al suono delle emozioni,
che trasforma i silenzi
in romantiche melodie.
Piccola piccola diventa la vita,
rapita da questo incanto,
e, lasciandosi coinvolgere,
si nasconde, si confonde
tra le corolle variopinte,
allegramente si colora
e con grazia danza,
dondolata dolcemente
dalla brezza dell'amore.
Genocidi
Lo senti il flagello?
Le carni si rivoltano come fossero stoffe da cucire,
mentre il sangue gorgoglia come fontana di piazza.
Le grida s'intensificano come fossero fuoco che divampa.
Il vento si alza.
Lo senti il flagello?
Sono gente che corrono come fossero onde nel mare,
sono braccia che si stringono come fossero radici che s'intersecano,
sono occhi che si guardano come fossero vulcani.
Sono polvere.
Lo senti il flagello?
Sono passi che si lasciano.
Sono orme che rimangono.
Antonio Belsito
Dinanzi alle terme di Caracalla
Corron tra 'l Celio fosche e l'Aventino
le nubi: il vento dal pian tristo move
umido: in fondo stanno i monti albani
bianchi di nevi.
A le cineree trecce alzato il velo
verde, nel libro una britanna cerca
queste minacce di romane mura
al cielo e al tempo.
Continui, densi, neri, crocidanti
versansi i corvi come fluttuando
contro i due muri ch'a più ardua sfida
levansi enormi.
"Vecchi giganti" par che insista irato
l'augure stormo "a che tentate il cielo? "
Grave per l'aure vien da Laterano
suon di campane.
Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,
grave fischiando tra la folta barba,
passa e non guarda. Febbre, io qui t'invoco,
nume presente.
Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti
e de le madri le protese braccia
te deprecanti, o dea, da 'l reclinato
capo de i figli:
se ti fu cara su 'l Palazio eccelso
l'ara vetusta (ancor lambiva il Tebro
l'evandrio colle, e veleggiando a sera
tra 'l Campidoglio
e l'Aventino il reduce quirite
guardava in alto la città quadrata
dal sole arrisa, e mormorava un lento
saturnio carme);
Febbre, m'ascolta. Gli uomini novelli
quinci respingi e lor picciole cose:
religïoso è questo orror: la dea
Roma qui dorme.
Poggiata il capo al Palatino augusto,
tra 'l Celio aperte e l'Aventin le braccia,
per la Capena i forti omeri stende
a l'Appia via.
Giosuè Carducci