o fredde come i giorni d'inverno che ti gelano la vita.
Oceanografia
Giro le spalle al mare che conosco,
al mio essere umano me ne torno,
e quanto c'è nel mare lo sorprendo
nella pochezza mia di cui son conscio.
Di naufragi ne so più del mare,
dagli abissi che sondo torno esangue,
e perché da me nulla lo separi,
vive annegato un corpo nel mio sangue.
Il sole che scalda a mezzogiorno e l'acqua del mare che lambisce i piedi nudi; lo sguardo all'orizzonte, ammira l'infinita distesa che pare argentea sotto i riflessi del sole, alla ricerca dei segreti che appartengono all'universo. Quel mare, profumato di salsedine e mosso dalle energiche onde, ispira il cuore, tormentato dai perché che non avranno mai una risposta. Stimola alla malinconia il mare, ai pensieri persi nei ricordi lontani, al tempo perduto a rincorrere esili raggi di sole filtrati attraverso la tempesta. Agli amori vissuti con anima, cuore e coraggio, che hanno molto insegnato attraverso il dolore e la perdita. Consiglia il mare, a immergersi nella profondità dell'intimo e cogliere l'illuminazione che apre il cammino alla consapevolezza, a farsi spazio attraverso il dolore e afferrare la gioia di perdonarsi e di accettarsi. Il mare, acqua lacrimosa e limpida mostra la strada di un nuovo cammino, profondo, intimo e segreto, come i suoi fondali.
Rita Marianna Monterosa
In quel quartiere era semplicemente un dato di fatto che la gente fosse di colori diversi. I bambini del nostro palazzo erano neri, bianchi, ispanici, asiatici, di razza mista e quant'altro, anche se quando giocavamo insieme l'unica cosa che avevamo in testa, naturalmente, era la stessa cosa che avevano in mente la maggior parte dei bambini in America, e cioè fin dove potevamo spingerci senza essere beccati dagli adulti. Dietro il nostro palazzo c'era una lunga area circondata da un muro e chiamata eufemisticamente "il cortile". Priva di ogni forma di vegetazione, era il sogno proibito dei dentisti e degli avvocati che si occupavano di lesioni personali. Ogni superficie era in calcestruzzo, con l'eccezione della struttura per fare arrampicare i bambini, che era di ghisa ed era sicura e attraente come una gigantesca pentola perforata. Io e i miei compagni di gioco correvamo per questo cortile come una squadra dei marines sotto anfetamine. Sfrecciavamo giocando a rincorrerci, poi a Fuoco fuochino o a Uno due tre stella, poi mettevamo in scena salti suicidi dai tubi di ghisa, restavamo coinvolti in catastrofici incidenti a catena con i nostri tricicli, biciclette e Big Wheels, organizzavamo competizioni per vedere chi era in grado di buttarsi dalla parte più alta del muro di cinta senza rompersi un dente. Non era necessario che qualcuno ci dicesse che la nostra pelle poteva essere di colori diversi ma che sotto eravamo tutti uguali. Data la quantità di sangue che versavamo tutti i giorni in quel cortile, ce ne rendavamo conto di persona.
Susan Jane Gilman
Oceanografia
Giro le spalle al mare che conosco,
al mio essere umano me ne torno,
e quanto c'è nel mare lo sorprendo
nella pochezza mia di cui son conscio.
Di naufragi ne so più del mare,
dagli abissi che sondo torno esangue,
e perché da me nulla lo separi,
vive annegato un corpo nel mio sangue.
Il sole che scalda a mezzogiorno e l'acqua del mare che lambisce i piedi nudi; lo sguardo all'orizzonte, ammira l'infinita distesa che pare argentea sotto i riflessi del sole, alla ricerca dei segreti che appartengono all'universo. Quel mare, profumato di salsedine e mosso dalle energiche onde, ispira il cuore, tormentato dai perché che non avranno mai una risposta. Stimola alla malinconia il mare, ai pensieri persi nei ricordi lontani, al tempo perduto a rincorrere esili raggi di sole filtrati attraverso la tempesta. Agli amori vissuti con anima, cuore e coraggio, che hanno molto insegnato attraverso il dolore e la perdita. Consiglia il mare, a immergersi nella profondità dell'intimo e cogliere l'illuminazione che apre il cammino alla consapevolezza, a farsi spazio attraverso il dolore e afferrare la gioia di perdonarsi e di accettarsi. Il mare, acqua lacrimosa e limpida mostra la strada di un nuovo cammino, profondo, intimo e segreto, come i suoi fondali.
Rita Marianna Monterosa
In quel quartiere era semplicemente un dato di fatto che la gente fosse di colori diversi. I bambini del nostro palazzo erano neri, bianchi, ispanici, asiatici, di razza mista e quant'altro, anche se quando giocavamo insieme l'unica cosa che avevamo in testa, naturalmente, era la stessa cosa che avevano in mente la maggior parte dei bambini in America, e cioè fin dove potevamo spingerci senza essere beccati dagli adulti. Dietro il nostro palazzo c'era una lunga area circondata da un muro e chiamata eufemisticamente "il cortile". Priva di ogni forma di vegetazione, era il sogno proibito dei dentisti e degli avvocati che si occupavano di lesioni personali. Ogni superficie era in calcestruzzo, con l'eccezione della struttura per fare arrampicare i bambini, che era di ghisa ed era sicura e attraente come una gigantesca pentola perforata. Io e i miei compagni di gioco correvamo per questo cortile come una squadra dei marines sotto anfetamine. Sfrecciavamo giocando a rincorrerci, poi a Fuoco fuochino o a Uno due tre stella, poi mettevamo in scena salti suicidi dai tubi di ghisa, restavamo coinvolti in catastrofici incidenti a catena con i nostri tricicli, biciclette e Big Wheels, organizzavamo competizioni per vedere chi era in grado di buttarsi dalla parte più alta del muro di cinta senza rompersi un dente. Non era necessario che qualcuno ci dicesse che la nostra pelle poteva essere di colori diversi ma che sotto eravamo tutti uguali. Data la quantità di sangue che versavamo tutti i giorni in quel cortile, ce ne rendavamo conto di persona.
Susan Jane Gilman